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Outlook 2018

BILANCI E PREVISIONI PER IL 2018

È tempo di bilanci anche per le Banche centrali. In che direzione si muoveranno per continuare a sostenere il consolidamento della ripresa economica?

Il bilancio delle prime quattro Banche Centrali (FED, BCE, Bank of England e Bank of Japan) continuerà a crescere per buona parte del 2018, inizierà a ridursi nel 2019 per poi decrescere in maniera significativa a partire dal 2020. Nei mesi scorsi la BCE ha annunciato un’uscita graduale dal programma di Quantitative Easing: da gennaio l’acquisto mensile di Titoli di Stato passa da 60 a 30 miliardi di euro e dovrebbe esaurirsi entro la fine del 2018. Tale manovra, come annunciato dagli esponenti della Banca Centrale e dallo stesso Mario Draghi, sarà seguita da un periodo di “osservazione” abbastanza lungo volto a monitorare l’andamento dell’economia, ma soprattutto dell’inflazione: solo quando raggiungerà l’obiettivo del 2% ci sarà il primo rialzo dei tassi.

La Banca centrale americana, invece, punta a ridurre il proprio bilancio dagli attuali 4,5 trilioni di dollari a circa $3 tn entro il 2021 per scendere a $2.5 tn entro la fine del 2023. Inoltre a metà dicembre la FED ha alzato i tassi di 0,25 punti base e quest’anno sono probabili altri tre rialzi. Potrebbe esserci una stretta monetaria più incisiva nel caso in cui la crescita del PIL americano dovesse superare le attese, accompagnata da un incremento significativo dei salari. Nel complesso riteniamo che l’uscita graduale da queste politiche monetarie accomodanti dovrebbe continuare a favorire questa lunga fase di espansione dell’economia globale iniziata 7 anni fa.

La probabilità che un taglio delle tasse in America si concretizzi nei prossimi mesi è sempre più elevata. Quali sono i punti cardine di questa riforma?

Il Senato degli Stati Uniti ha approvato a inizio dicembre un’estesa riforma fiscale, la più importante degli ultimi trent’anni, un provvedimento voluto dal presidente Donald Trump e sostenuto dalla maggioranza del suo partito. È una delle promesse più ambiziose e attese tra quelle fatte dal Tycoon americano in campagna elettorale: il piano prevede una serie di importanti tagli di imposte alle imprese e ai contribuenti individuali. È stata approvata con una maggioranza di soli due voti, 51 favorevoli e 49 contrari, e nelle scorse settimane era stata duramente criticata dai democratici. A seguito di questa riforma e a partire dal 2019 le imprese americane vedranno ridursi l’aliquota sui profitti dall’attuale 35% al 20%. Inoltre è prevista la possibilità per le multinazionali con sede negli Stati Uniti di riportare i profitti nel paese senza subire un’ulteriore tassazione mentre per quanto riguarda gli utili prodotti al di fuori degli USA potranno essere riportati con un prelievo “una tantum” nell’ordine del 14%. Nel corso del 2018 bisognerà capire se questa riforma, basata sull’ipotesi per cui tagliare le tasse alle imprese e ai più ricchi corrisponde un aumento della crescita economica, si tradurrà in un impatto positivo del PIL.

Il punto di domanda saranno le aziende americane che dovranno valutare se utilizzare questo sgravio fiscale per aumentare il livello degli investimenti, peraltro già saliti nell’ultimo trimestre, oppure preferiranno remunerare gli azionisti con operazioni di buy-back o attraverso un incremento della componente di dividendi. Di fatto l’approvazione della riforma fiscale dovrebbe essere una notizia positiva per l’economia americana che già quest’anno ha dato segnali di ri-accelerazione con un tasso di crescita nell’ultimo trimestre previsto oltre il 3%. Il progetto di riforma prevede anche una riduzione della tassazione per i privati. Verranno eliminate molte deduzioni, ma verrà mantenuta quella relativa gli interessi pagati per il mutuo sulla casa. Nell’intenzione dei sostenitori di questa riforma l’aggravio sul deficit pubblico derivante dalla riduzione delle imposte verrà ripagato tramite i maggiori consumi, investimenti e crescita generati dagli sgravi fiscali.

L’inflazione, in graduale risalita nel 2018, è destinata a rimanere strutturalmente più bassa rispetto al passato. Quali dinamiche ne stanno influenzando l’andamento?

Sono molteplici i fattori di breve e medio periodo, economici ma non solo. Mi riferisco alle dinamiche demografiche, ovvero al continuo invecchiamento della popolazione, in Europa come in gran parte degli altri paesi industrializzati, e a quelle tecnologiche. Industry 4.0, la rivoluzione digitale, l’Internet of Things, i big data e l’estensione della robotica a molti settori produttivi determineranno dei cambiamenti radicali nel modo di lavorare e nella quotidianità di milioni di persone e avranno un impatto sull’andamento dei prezzi e dell’inflazione.

Secondo le previsioni degli economisti della BCE in Europa dovrebbe mantenersi ben al di sotto dell’obiettivo del 2% nel 2018 e probabilmente anche nel 2019. In America, invece, è atteso un lieve rialzo dell’inflazione quest’anno dai minimi di fine 2017 in rapporto ai dati positivi e alle buone prospettive del mercato del lavoro che dovrebbe tradursi in un incremento dei salari.

Nei prossimi mesi si svolgeranno le elezioni politiche in Italia, quali sono i possibili scenari?

La ripresa economica dell’Italia, con un incremento del PIL stimato intorno all’1,5% nel 2018, unito a un miglior stato di salute del sistema bancario, rendono il futuro del nostro paese meno preoccupante per gli investitori. Inoltre, per il decimo anno consecutivo da quando l’International Trade Centre (agenzia dell’Unctad e del Wto) ha cominciato la sua indagine, l’Italia si è confermata anche nel 2017 il secondo mercato più competitivo nel commercio mondiale, dopo la Germania. Si avvicina, però, l’incognita delle prossime elezioni politiche che si terranno a marzo del 2018.

La scelta di un sistema elettorale proporzionale rende verosimile l’ipotesi di un Parlamento bloccato, con minori probabilità di portare avanti riforme incisive come quella della pubblica amministrazione e della giustizia. Attualmente son quattro i possibili scenari che si potrebbero verificare: una grande coalizione tra i partiti di centro destra e quelli di centro sinistra guidata da una figura politica o istituzionale; la vittoria di una singola coalizione che raggiunga il 40% ottenendo il premio di maggioranza; un Governo di unità nazionale che includa anche il M5S, magari guidato da un tecnocrate; il ritorno alle elezioni dopo pochi mesi.

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